“Il vostro cielo fu mare, il vostro mare fu cielo” Adrian Paci

Adrian Paci immagina la grande vetrata dell’Agorà trasformata da chiaroscuri azzurro verdastri che evocano i colori del mare. L’intervento dell’artista interpreta infatti come un grande specchio d’acqua lo spazio iconico progettato da Chipperfield, la cui forma organica rimanda di per sé a un’onda. La texture di questi azzurri è quella dei retini tipografici delle immagini stampate sui giornali. Si tratta di immagini associate a notizie tragiche di naufragi che raccontano di vite spezzate nel tentativo di attraversare i mari. Durante la ricerca preliminare sono state infatti consultate e impiegate diverse testate giornalistiche, italiane e internazionali, cartacee e digitali come, ad esempio, Il Sole 24 Ore, il Corriere della Sera, Il Manifesto, The New York Times, Ī Kathīmerinī, Die Zeit per individuare notizie e immagini che potessero rispondere alle esigenze dell’artista nella costruzione visiva dell’opera. Un intervento artistico quello di Adrian Paci al MUDEC che sottolinea i limiti e l’impotenza dei media rispetto al peso tragico di tali esperienze «Il mio non è un lavoro sul tema dell’immigrazione. Non credo all’arte su qualcosa», sottolinea Paci. «Penso che l’arte nasca da un incontro, un attraversamento che regala esperienze, fantasie, immagini, storie, suoni, forme (anche illusorie). Portare queste esperienze nel territorio della forma tattile dell’opera continua l’artista e far diventare il lavoro stesso fonte di una nuova esperienza sia estetica che di pensiero e riflessione è stata una delle preoccupazioni principali nel mio lavoro come artista».

Adrian Paci, nato a Scutari, Albania, nel 1969, è un artista di fama internazionale che vive e lavora tra Milano e Shkodër.  Tra le sue mostre personali più significative si annoverano quelle al Jeu de Paume di Parigi, al PAC di Milano, al MAC di Montréal e al MoMA PS1 di New YorkHa partecipato a numerose biennali internazionali, tra cui la Biennale di Venezia, la Biennale di Sydney e Manifesta 14 in Kosovo.

A cura di Sara Rizzo e Katya Inozemtseva

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