Lavoro albanesi agroalimentare: il cuore del Made in Italy
Il lavoro albanesi agroalimentare è una colonna portante dell’eccellenza italiana. Senza il contributo degli immigrati, molte filiere simbolo del Made in Italy non potrebbero garantire la qualità e la quantità di produzioni che il mondo ci invidia. A confermarlo è il primo Rapporto nazionale dedicato al tema: “Made in Immigritaly. Terre, colture, culture”, commissionato dalla FAI-CISL e presentato al CNEL, alla presenza di rappresentanti istituzionali, sindacali e del mondo accademico. Il volume, curato da un team di ricercatori e pubblicato da Agrilavoro e Com Nuovi Tempi, analizza in oltre 500 pagine il ruolo strutturale dei lavoratori stranieri nell’agroalimentare. L’indagine fotografa anche nove casi studio territoriali, dal raccolto delle mele in Val di Non alla produzione lattiero-casearia nella bassa bergamasca, passando per la viticoltura della Valpolicella, la lavorazione delle carni a Modena, la raccolta del pomodoro nel foggiano e le coltivazioni in serra nel ragusano.
I numeri che raccontano il contributo degli immigrati

Secondo Onofrio Rota, Segretario Generale della FAI-CISL, il lavoro albanesi agroalimentare e quello di altre comunità straniere sono ormai “insostituibili”. In Italia, gli immigrati occupati regolarmente sono circa 2,4 milioni, pari a oltre il 10% della forza lavoro. In agricoltura il peso è ancora maggiore: 362.000 lavoratori stranieri, che coprono il 31,7% delle giornate di lavoro registrate. L’Albania si colloca al quarto posto tra i Paesi di provenienza, con 35.474 lavoratori agricoli, subito dopo Romania, Marocco e India, ma con distanze minime. Un dato in crescita costante: nel 2002 gli albanesi impiegati in agricoltura erano poco più di 15.000, mentre nel 2021 hanno superato quota 34.000, più che raddoppiando in vent’anni.
Dai campi alle filiere alimentari
Il lavoro albanesi agroalimentare non si limita al settore primario. Molti sono impegnati nella trasformazione industriale: macellazione e lavorazione delle carni, conservazione di frutta e ortaggi, panificazione e pasticceria. Sono soprattutto le piccole e medie imprese a dare occupazione a questa forza lavoro specializzata, che contribuisce in maniera decisiva al fatturato complessivo dell’agroalimentare italiano, pari a oltre 600 miliardi di euro nel 2023, con 64 miliardi di export.
Le sfide da affrontare: tutele e diritti
Nonostante il ruolo centrale, i lavoratori stranieri, inclusi gli albanesi, affrontano ancora sfide significative. Persistono casi di lavoro irregolare, sfruttamento e caporalato, fenomeni che colpiscono soprattutto chi è più vulnerabile dal punto di vista contrattuale. La FAI-CISL sottolinea l’importanza della contrattazione collettiva, della bilateralità e dell’informazione sindacale per garantire sicurezza, dignità e retribuzioni adeguate. L’obiettivo è trasformare il lavoro migrante in una risorsa valorizzata, capace di generare sviluppo senza sacrificare i diritti fondamentali.

Un accordo previdenziale atteso da anni
Il tema del lavoro albanesi agroalimentare si lega anche alla questione previdenziale. Dopo anni di richieste, è stata firmata la convenzione tra Italia e Albania per il riconoscimento reciproco dei contributi pensionistici. Questa intesa, sostenuta con forza dalla FAI-CISL, rappresenta un passo storico per i lavoratori che hanno dedicato la loro vita al settore. Come ricorda Rota, “dopo una vita di sacrifici, non possiamo accettare che i contributi versati nei due Paesi non vengano riconosciuti”. L’accordo, già ratificato dal Parlamento albanese, attende ora l’approvazione definitiva da parte del Parlamento italiano per entrare in vigore.
Una risorsa da proteggere e valorizzare
Il lavoro albanesi agroalimentare è parte integrante della nostra identità produttiva. Garantire condizioni dignitose significa non solo rispettare i diritti individuali, ma anche tutelare la qualità del Made in Italy. Dai campi di mele del Trentino alle serre siciliane, dai laboratori di panificazione alle cantine vitivinicole, i lavoratori albanesi continuano a contribuire con competenza, dedizione e passione. Investire nella loro formazione e integrazione è una scelta strategica per l’economia e per la coesione sociale.
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